LESIONI IN OSPEDALE

L’anziana Gabriella, recatasi presso il reparto di medicina di laboratorio dell’ASL, sito nel polo di Serenopoli, si sottopone ad un prelievo di sangue venoso, richiestole da uno specialista ai fini della prosecuzione o meno di una cura farmacologica.

Tuttavia, l’infermiera incaricata del prelievo, tale Deborah, sbaglia più volte l’inserimento dell’ago, arrivando a ledere un nervo della paziente.

Quest’ultima viene trasportata immediatamente in ospedale, ove il medico di turno certifica che la lesione del nervo era dovuta alla negligenza di Deborah.

Rivoltasi all’avvocato Ermenegildo, Gabriella cita in giudizio l’ASL e l’infermiera, chiedendo il risarcimento del danno e, contestualmente, denunzia Deborah in sede penale per lesioni colpose.

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di Adriano J. Spagnuolo Vigorita

La simulazione di un contratto di trasferimento immobiliare

Molte controversie giudiziarie hanno ad oggetto l’accertamento della simulazione di contratti di compravendita immobiliare stipulati tra due parti, su richiesta di chi pretende di avere diritti sugli immobili trasferiti con quel contratto. Generalmente, sono azioni proposte o da eredi lesi dall’atto traslativo, oppure da soggetti creditori dell’alienante, il quale, trasferendo la proprietà dei propri beni ad altri, impedisce loro di aggredirli per soddisfare il proprio credito. A tal proposito, è necessario chiarire cosa si intende per contratto simulato. Secondo la dottrina e la giurisprudenza prevalenti, è tale un contratto apparente, in cui le parti si accordano nel ritenere come non voluto il contratto stipulato o come voluto un contratto diverso a quello firmato. 

La simulazione, in questo modo, comporta la costituzione di un rapporto inesistente fra i soggetti contraenti o perchè le parti nulla vollero costituire, limitando la loro comune dichiarazione ad una mera apparenza o perché le parti vollero costituire fra loro un rapporto diverso. E’ dunque necessario operare una distinzione: si parla di “simulazione assoluta” quando le parti stipulano un contratto ma, in realtà, non vogliono alcun effetto tra di loro, cosicchè solo apparentemente si realizza il trasferimento di un diritto o l’assunzione di un’obbligazione; si parla invece di “simulazione relativa” quando, concluso un determinato contratto, le parti in realtà intendono realizzare gli effetti di un contratto diverso, di cui solo le medesime parti sono a conoscenza, dando vita ad un contratto “dissimulato”. 

La volontà interna tra le parti viene espressa in un documento scritto, la cosiddetta “controdichiarazione”, che ha effetto esclusivamente tra di esse.
Il codice civile, nel disciplinare la simulazione, all’art. 1414 prevede che il contratto simulato, ossia quello apparente, non ha effetto tra le parti, in quanto tra le stesse si producono gli effetti del contratto dissimulato, purchè nella stipula del contratto siano stati rispettati i requisiti di forma e sostanza previsti per il dissimulato.

La simulazione relativa, inoltre, può essere oggettiva o soggettiva: con la simulazione oggettiva le parti voglio un contratto diverso da quello stipulato; con la simulazione soggettiva le parti vogliono il contratto stipulato, ma i soggetti sono diversi da quelli indicati nel contratto.

In altre parole, con la simulazione relativa soggettiva (detta anche interposizione fittizia di persona) il rapporto viene realmente costituito, ma tra una delle parti ed un soggetto diverso rispetto alla parte indicata nel contratto apparente. Occorre specificare, però, che per dimostrare la simulazione relativa soggettiva nell’ambito di un trasferimento immobiliare non è sufficiente un accordo sottoscritto tra interponente ed interposto, ma occorre anche l’adesione scritta del terzo venditore.

A tal proposito, bisogna ricordare un noto orientamento della Suprema Corte di Cassazione (si veda Cass. Civ. Sez. II, 23.3.2017, n. 7537) la quale ha affermato che “per la configurabilità di una simulazione relativa sotto il profilo soggettivo, è indispensabile un accordo non solo tra l’interponente e l’interposto, ma anche con il terzo, il quale deve consentirvi, esprimendo la propria adesione nella debita forma che, per i trasferimenti immobiliari, è quella scritta”.

Inoltre, nel caso di interposizione fittizia di persone, al fine di dimostrare la volontà delle parti di concludere un contratto diverso da quello apparente è necessaria l’esistenza di una controdichiarazione in cui risulti l’intento dei contraenti di dare vita ad un contratto soggettivamente diverso da quello apparente. La dimostrazione della volontà delle parti di concludere un contratto diverso da quello apparente incontra non solo le normali limitazioni legali all’ammissibilità della prova testimoniale e per presunzioni, ma anche quella derivante dal disposto degli articoli 1414, secondo comma, e 2725 c.c. E’ necessario, dunque, provare la sussistenza dei requisiti di sostanza e di forma del contratto diverso da quello apparentemente voluto e l’esistenza di una controdichiarazione in cui risulti l’intenzione comune delle parti di dare vita ad un contratto soggettivamente diverso da quello apparente.

Pertanto, relativamente alla compravendita immobiliare, la controversia tra il preteso acquirente e l’apparente compratore non si risolverà con la prova per testimoni o per presunzioni di un accordo simulatorio cui abbia aderito il venditore. 

Nella compravendita simulata, la parte alienante trasferisce la proprietà di uno o più beni immobili all’acquirente, ma tra di esse vi è l’accordo interno che i beni di fatto restino in capo all’apparente venditore. In questa ipotesi si parla di una simulazione assoluta di compravendita; se, invece, l’intenzione reale delle parti contraenti non è quella di trasferire la proprietà di un bene verso corrispettivo di un prezzo – tipica della compravendita – ma quella di realizzare una finalità diversa, ad esempio una donazione, si avrà una simulazione relativa. 

Quanto alla compravendita che dissimula una donazione, secondo una pronuncia della Corte di Cassazione n. 15095/2014, se non c’è stato alcun pagamento del prezzo e il negozio voluto dalle parti è la donazione, si avrà una simulazione relativa di compravendita. Dunque, ai fini della validità del contratto, è necessario il rispetto della relativa forma che ai sensi dell’art. 782 c.c. è quella dell’atto pubblico, ossia quel documento redatto da un notaio o altro pubblico ufficiale a ciò autorizzato con la presenza dei testimoni. In mancanza di tale forma, l’atto resterà invalido con ogni conseguenza di legge, relativamente sia gli effetti tra le parti, che nei confronti dei terzi danneggiati dal simulato trasferimento dei beni.

 

Avv. Fabiana Saltelli

DIVIETO DI CONCORRENZA IN CAPO ALL’EX SOCIO

Con Sentenza del 21 gennaio 2019 la Sezione
Impresa del Tribunale di Bologna, a fronte di una richiesta di invalidazione
della delibera assembleare che stabiliva la facoltà per il socio uscente di
svolgere attività in concorrenza con quella della società, ha statuito che le società
di capitali non godono di un generale divieto di concorrenza in capo all’ex
socio.

Secondo il Tribunale, infatti, non vi sarebbe
nella disciplina delle società di capitali un generale obbligo di non
concorrenza in capo al socio uscente, così come invece previsto per la società
in nome collettivo ex art. 2301 c.c.

Detto divieto
dovrebbe trovare la propria fonte in specifici accordi tra i soci, risultanti o
da Statuto o dall’atto stesso di cessione della partecipazione sociale, salvo
che l’alienazione della partecipazione non configuri un’ipotesi di cessione
d’azienda, con possibilità di applicazione, in via analogica, della disciplina
di cui all’art. 2557 c.c. a mente del quale “chi aliena l’azienda deve
astenersi, per il periodo di cinque anni dal trasferimento, dall’iniziare una
nuova impresa che per l’oggetto, l’ubicazione o altre circostanze sia idonea a
sviare la clientela dell’azienda ceduta
”.

Pertanto, si può considerare legittima la delibera che consenta al socio
uscente di esercitare attività concorrenziale, in assenza di una limitazione
statutaria o pattizia (nell’atto di cessione di quote) e, in ogni caso, di un
divieto previsto ex lege.

La cessione di quote di partecipazioni, quando ha ad oggetto la totalità
delle partecipazioni o, comunque, una quota di esse che consenta il controllo e
la conduzione dell’azienda, comporta un trasferimento indiretto dell’azienda,
in quanto di fatto realizza lo stesso risultato finale (ossia la titolarità e la
conduzione dell’azienda in capo ad un soggetto diverso da quello ante trasferimento),
potendosi pertanto venire a creare un pericolo anche dal punto di vista
concorrenziale per l’acquirente.

Concordato fallimentare e morte del fallito

Si presenta la seguente fattispecie:
falliscono una s.a.s. e i suoi soci illimitatamente responsabili; uno dei soci falliti era proprietario di un immobile acquisito alla massa fallimentare; viene omologato dal tribunale un concordato fallimentare con assuntore (s.r.l. immobiliare); nella sentenza di omologa il tribunale non dispone il trasferimento dell’immobile, ma riporta quale condizione del concordato che il curatore dovrà provvedere a trasferire, tra l’altro, l’immobile all’assuntore al passaggio in giudicato della sentenza ed al compiuto adempimento del concordato. I creditori sono stati pagati. Il fallimento è stato chiuso. La società è stata cancellata dal Registro Imprese. Il socio proprietario dell’immobile acquisito al fallimento è deceduto e i suoi eredi non hanno provveduto alla presentazione della relativa denuncia di successione. Il curatore ritiene di dover intervenire lui solo all’atto di trasferimento in esecuzione del concordato e di voler dichiarare quale base imponibile, al fine dell’applicazione dell’imposta di registro all’atto, che il valore della transazione è pari a quello dei debiti assunti dall’assuntore e non quello (di gran lunga superiore) venale dell’immobile quale risultante da perizia.

L’art. 12 r.d. 16 Marzo 1942 n. 267 (l. fall.) prevede che, in caso di morte dell’imprenditore, successiva alla dichiarazione di fallimento, la relativa procedura prosegue nei confronti degli eredi anche se hanno accettato con beneficio di inventario. Siffatta disposizione è volta ad evitare pregiudizi ai creditori. Si tratta di una sostituzione processuale automatica in quanto la ratio della norma appare quella di individuare il soggetto che subentra nella procedura concorsuale in luogo del fallito defunto.

La prosecuzione della procedura fallimentare nei confronti degli eredi comporta l’assunzione degli oneri del fallito e l’esercizio dei poteri ad esso spettanti, ma non il fallimento degli eredi stessi, in quanto la massa attiva fallimentare resta fermata dalle sole sostanze ereditarie.

Più precisamente, sui successori che hanno accettato l’eredità si riverberano gli effetti del fallimento, ossia quei limitati poteri riconosciuti in capo al fallito, quali, ad esempio, la facoltà di avanzare la proposta di concordato o di continuare nella opposizione alla sentenza dichiarativa di fallimento.

Anche la giurisprudenza [Trib. Messina 26 gennaio 1978] ha ribadito che “l’erede beneficiato dal fallito acquista la disponibilità del patrimonio del de cuius soltanto dopo esaurita la procedura concorsuale, nei limiti dell’eventuale residuo. L’accettazione dell’eredità, in altri termini, non comporta una modifica sul piano sostanziale dello spossessamento verificatosi per effetto della dichiarazione di fallito, ma il patrimonio rimane nella disponibilità della curatela fallimentare che continua ad amministrarlo e liquidarlo con la sola variante della sostituzione dell’erede nella medesima posizione processuale che avrebbe assunto il fallito”.

In merito alla diversa questione circa le modalità di esecuzione del concordato fallimentare, l’art. 136, comma 1, l. fall. “stabilisce che dopo la omologazione del concordato il giudice delegato, il curatore e il comitato dei creditori ne sorvegliano l’adempimento, secondo le modalità stabilite nel decreto di omologazione”. Da tale disposizione si deduce che gli organi preposti alla procedura fallimentare, quali il giudice delegato, il curatore e il comitato dei creditori, non cessano dalle loro funzioni in seguito all’omologazione del concordato, dovendo gli stessi sorvegliarne l’esecuzione secondo le modalità stabilite nel decreto di omologazione. Al tempo stesso, divenuto definitivo il decreto di omologazione, il curatore è tenuto a presentare il conto della gestione, alla cui approvazione il Tribunale dichiara la chiusura del fallimento. Qualora, in seguito alla chiusura del fallimento, debba ancora essere eseguito il concordato, si verificano i seguenti effetti:

  • il debitore riacquista la piena capacità di disporre del proprio patrimonio e la facoltà di amministrarlo, ad eccezione dei beni compresi nel piano concordatario;
  • gli organi della procedura decadono dalle funzioni ad essi spettanti nell’ambito della procedura fallimentare, mantenendo tuttavia i compiti di sorveglianza e di adempimento del concordato.

Ne deriva, quindi, che nel caso in esame il trasferimento del bene all’assuntore deve essere posto in essere dal curatore, il quale è stato incaricato a compiere tale atto nella sentenza di omologa del concordato fallimentare.

Tale atto produce effetto nei confronti degli eredi del fallito, i quali acquisiranno nel proprio patrimonio i soli beni che residueranno dal completamento della vicenda concorsuale. Quanto alla necessità della denuncia di successione, si tratta di un adempimento fiscale obbligatorio, posto a carico di coloro che hanno accettato l’eredità.

Avv. Fabiana Saltelli

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